"L'uomo è il risultato di un'idea BREVETTATA da secoli - io tento modelli di idee e li chiamo brevetti - ma non dureranno in eterno - anche se qualcuno li ritroverà"
Ha partecipato alle più importanti esposizioni nazionali ed internazionali del periodo, tra cui: tre edizioni della Biennale di Venezia (1956, 1958 e 1968), tre edizioni della Quadriennale di Roma (1955, 1959, 1973) e una edizione della Biennale di Tokyo (1968).
E' stato un precursore di molte delle correnti artistiche europee.



È estremamente complesso dividere e categorizzare le opere di Caraceni in compartimenti stagni; infatti, il suo processo creativo non ha barriere fisse che gli impediscano di modificare i suoi lavori ed i titoli in corso d’opera, o a posteriori, o di non assegnarli affatto, considerando le sue opere in continuo divenire.
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/01PERIODO FORMATIVO
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/02SCHERZI
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/03ZONE
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/04SOLUZIONI
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/05APPUNTI
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/06OPERAZIONI
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/07PLASTICHE
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/08GESTI
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/09MAPPE
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/10STRUTTURE LABIRINTO
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/11ANGOLARI
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/12MULTIPLI
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/13GEOMETRICI

Opere tra il 1947 e il 1950. In questo periodo frequenta l’Accademia di Belle Arti di Venezia, le opere hanno una forte influenza dai maestri Arturo Martini e Alberto Viani, ma anche di Lucio Fontana, che ha l’occasione di vedere alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1948. Dipinge qualche paesaggio, ma soprattutto scolpisce, con una grande attenzione ai valori dello spazio.

Opere tra il 1952 e il 1955. Dal suo arrivo a Roma Caraceni abbraccia l’astrattismo, in questa serie di opere medita sul tempo, tanto che alcune prendono il nome di Scherzo orario. Il titolo a volte è composto dal tempo impiegato per concludere l’opera e/o l’orario in cui è stata iniziata o conclusa, queste informazioni ci raccontano anche che all’artista piaceva dipingere, senza essere disturbato, durante la notte. Queste contengono anticipazioni di tecniche pittoriche che l’artista approfondirà in futuro: le campiture di colore discontinue che saranno presenti nelle sue Zone e che ricordano l’analisi sullo spazio di alcuni Concetti spaziali di Lucio Fontana; il Filo, che qui troviamo disegnato, ma che accompagnerà tutta l’opera dell’artista, con la massima espressione nei suoi Gesti.

Opere tra il 1953 e il 1956. Queste campiture di colori accostati, sovrapposti e graffiti, in acrilico o cera, sembrano aver perso il Filo degli "Scherzi" e di aver eretto una struttura, quasi da decifrare come una "Mappa" (serie degli anni ’60). Ogni micro-zona, pur facendo parte di questa griglia organizzata, interviene autonomamente come nucleo attivo dello spazio costruito. Il graffito introduce la decostruzione dei successivi "Appunti", ma in maniera meditata e controllata.

Opere tra il 1953 e il 1956. Sotto questo titolo l’artista consolida vecchie tecniche e ne introduce di nuove; ripropone la tecnica delle Zone e introduce la tridimensionalità dell’opera, con chiodi, fili metallici e plastica combusta. Il “fatto materico” è ben presente e visibile, ma nella sovrapposizione di strati pittorici, nelle ombre proiettate sul supporto, nello strato di plastica dipinta, attraversata da uno “scheletro” di chiodi e fili metallici, che lascia intravedere il supporto dai piccoli nuclei combusti, è presente anche una meditazione spaziale. Questa serie di opere viene esposta nella sala 29 alla XXVIII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (1956); 3 opere del 1955: "Soluzione n. 7" (Zona), "Soluzione n. 12" (Gesto), "Soluzione n. 27" (Gesto-Plastica).

Opere tra il 1956 e il 1958. La meditazione sullo spazio delle "Zone" vira verso questa particolare tecnica “a macchie” sovrapposte (forse dripping?) in cui l’artista abbandona il graffito, usato in precedenza, per introdurre il fuoco anche in questa serie. Le bruciature non sono violente e a differenza delle "Soluzioni" non lacerano la tela, anche se la parte principale è l’uso del colore per modellare lo spazio, ma in maniera inconscia e destrutturata a differenza delle "Zone".

Opere tra il 1956 e il 1957. La sovrapposizione di questi fogli traslucidi di plastica e l’intervento del fuoco ad unirli e, talvolta, ad incresparli sottintende sempre la volontà di strutturate lo spazio, ma unendo la tecnica del dripping anche una dimensione aleatoria. Lo spazio non è solo costruito, ma viene attivato attraverso la stratificazione e l’intervento meccanico atto a trasformarlo.

Opere tra il 1957 e il 1959. L’influenza materica è preponderante e ben visibile, ma ascoltando quello ci suggerisce Maurizio Fagiolo “Quei rossi e altre accensioni che intervengono nei grandi crateri (lunari: la solita fantascienza) sono un derivato delle macchie sanguinanti e delle eruzioni dei “Sacchi” di Burri.” o Sandra Orienti “al di là della metafora introdotta dal fatto materico, una sorta di “combustione”, appunto, soprattutto spaziale, per la quale la stratificazione introduceva una animosità dinamica, avvertibile nello scarto delle sovrapposizioni e nell’incidenza dei colori.” si può chiaramente intuire anche la meditazione sullo spazio.

Opere tra il 1956 e il 1965, con alcune “Riproposte” nel 1974. Colore e sabbia spruzzati sul supporto di legno, attraversato da una rosa di chiodi disseminati in punti nevralgici, a sua volta uniti da fili metallici e/o elettrici e/o da reti metalliche o plastica combusta; una struttura spaziale agita. L’opera non è solo il recto o il verso, ma anche l’utilizzo della fotografia e dei metodi di esposizione. L’artista gioca con la luce espositiva, posizionandola radente alle opere o tramite effetto ottico facendole sembrare enormi sculture o tramite effetti fotografici che diano l’idea del movimento della luce sui “Fili”.

Opere tra il 1960 e il 1970. L’aspetto figurativo e superficiale, talvolta pop, di questi lavori ci offre un attimo di pace e sicurezza, fino al fatidico momento quando ci accorgiamo che lo stato di serenità concessoci è solo apparente; la fitta trama di quelli che sembrano fiumi, abitazioni e altre infrastrutture è mendace: una finta mappa pronta a ricordarci che forse neanche più il filo ci basterà per salvarci.

Opere tra il 1965 e il 1969. Piccole strutture di balsa, sagomate, dipinte e incollate sul supporto (tela o legno), formando una sorta di struttura o meglio un’Antistruttura, che come ci suggerisce Maurizio Calvesi in Caraceni o il labirinto, in Osservato da dentro: “[…] Il labirinto è infatti, più che una struttura, il suo contrario. […]”. Dall’ossessione per le grandi metropoli che si stanno formando, come Tokyo, a rimandi psicologici alienanti nei confronti dell’uomo, fino a un’indagine sul rifrangersi della luce sul supporto, le cui ombre formano dei punti nevralgici disseminati su di esso.

Opere tra il 1965 e il 1976. Strutture di legno progettate per essere posizionate, appunto, negli angoli di una stanza. L’idea dietro queste strutture non è solo di occupare uno “spazio inerte”, ma di creare un legame profondo nella progettazione di uno spazio, collegando architettura, design e arte; in alcuni casi, infatti, queste strutture possono sorreggere piccoli oggetti e nasconderli alla vista annettendo una funzionalità pratica all’opera d’arte, meditando così sull’utilità dell’arte in contesti di particolare attenzione all’“ingombro”, come per i viaggi spaziali. Senza contare che l’artista in più occasioni ha appeso queste strutture su rovine romane e su un forte nella laguna veneziana, forse un primo esempio di Land Art?

Opere tra il 1977 e il 1986. Che sia acrilico e liner su tela o ritagli di cartoncini dai colori sgargianti sovrapposti, il tema di queste opere potrebbe ricordarci quello dei Labirinti, ma questa volta il Filo è esso stesso parte della Struttura e non ci viene in aiuto per portarci in salvo al di fuori, bensì ci intrappola al suo interno. Siamo stati di nuovo ingannati da queste linee sinuose, che ci hanno stordito, anche per via dei colori sgargianti. I titoli di queste opere ci portano ancora una volta fuori strada: nonostante si intitolino Multipli sono delle opere uniche e non riprodotte in serie.

Opere tra il 1979 e il 1986. Le geometrie degli Angolari collassano su sé stesse appiattendosi nella bidimensionalità della tela. La profondità non è più fisica, ma donata dall’accostamento cromatico e dalla dimensione delle zone geometriche che “danzano” intorno al centro della tela Possiamo dire di trovarci di fronte ad un’analisi dello spazio virata verso l’Optical Art.








