ANTOLOGIA CRITICA

Marcello Venturoli, Bruno Caraceni alla Alibert, in “Paese sera”, Roma, 19 aprile 1958.
Bruno Caraceni espone alla galleria Alibert una serie di opere astratte. Un senso di repulsione ispira la materia vascolare alla placenta con buchi orbite di sanguinaccio, coperte di sforacchiate budella a gridar la luce sopra gobbe e voragini materiche, rilievi alla Burri di mondi al telescopio, di universi dentro una goccia; ma questo senso di disgusto sarebbe senza dubbio vinto, anzi potrebbe costituire soltanto un anticamera per la simpatia verso l’artista, se egli fosse meno programmaticamente polemico ed ortodosso nel suo canone di espressionismo astratto, rilevato e polimaterico; se sperimentasse di meno e dipingesse di più, se fosse meno poeticamente convinto delle sue follie, tutte perpetrate a sangue freddo, con lucida pazienza: una maggiore disinvoltura, a tutto vantaggio di una più accettabile repellenza, sono da auspicare nell’arte di Caraceni.

 

Emilio Villa, “Appia, Atlante internazionale d’arte nuova” numero 2, Roma, 1960.
Il furor geometricus o furor geometricans, vi si attesta come nozione un po’ patetica dell’essenza non rimediabile, come naturalezza senza tregua: o labirinto di interiezioni sospese e coinvolte, grammatica dei chiasmi, ordinata espressione del costellare, crasi e dieresi la più breve distanza tra due punti non esiste se non come apertura del caos, del terrore: di dove partono le dimensioni del concetto, le frequenze della declinazione analitica, il mito delle apparizioni ordinate; in realtà, gracile metafisica elettrizzata, metafora nervosa: cioè una nebulosa lieve interruzione, spettrale, radiografica, dell’organismo sensitivo, della sua zona impossibile è calcolata, nel recesso disteso delle battute frenetiche, accese; il recesso della depressione tagliente e dell’analisi speculare; nessun rapporto tra questa operazione e gli equivoci o i sofismi del geometrismo platonizzante: e invece un lavoro di paziente inventiva, di ascolto, di attesa, di trasalimento, dove corrono limpide emergenze al di sotto dei tessuti emblematici dei filamenti: fili proiettati che corrono di punta in punta da angolo in angolo, una specie di follia lucida, organizzata, chiara, un po’ crudele, seminando possibilità, e strisci di echi e rincorse, tracce di pendini, urli di declivi puerili, steli che trebbiano angolature tra l’ambiguo e il convulso sulla ceca agonia delle figurazioni sottostanti, e percorsi dissipati, sigilli, clausole di un martirio sereno di impulsi, di sete, di entusiasmo, di corrispondenze e di negazioni: tale è forse l’ordine attuale della pittura di Caraceni, ordine isolato e profondissimo.

 

Maurizio Calvesi, Caraceni, 481° Mostra del Cavallino, dall’8 al 18 novembre 1960.
Fra intanto parlare che si fa di pittori, può capitare che resti sotto silenzio, o quasi, una figura autentica, una storia ben precisa e coerente, valida, come quella di Bruno Caraceni. Una sua bibliografia non esiste, se si eccettua il recente corsivo di Villa (in “Appia” numero 2, gennaio 1960). Eppure il suo lavoro, almeno da sei anni, ha un senso continuo, una sua logica difficile ma acuta, con la quale dobbiamo fare i conti. C’è una spiegazione, forse, all’isolamento di Caraceni, oltre a quella, certo fondamentale, della sua istintiva riservatezza. Un pittore che dipinge a finestre chiuse, con la lampadina, non poteva che suscitare sospetto in tempi “astratto-concreto”, prima, e di calore informale, poi, in tempi pur sempre, ci si passi l’azzardo, di pittura en plein air: fosse anche quello in scatola di Bazaine, e la gran luce disintegrata di Pollock.
Un certo allargamento di orizzonte, che poi se ha avuto, da Burri a Fontana, o certa riscoperta di Dada, e di neoplasticismo, hanno messo più a fuoco anche il problema di Caraceni. Non che Caraceni abbia qualcosa spartire, almeno per via diretta, con questa rosa di fenomeni, ma egli ci si trova in mezzo per la semplice ragione che anche il suo problema prende, storicamente, le mosse dal quinquennio 1915-1920, dal combaciare cioè di due facce, quella razionalistica di Mondrian e “artificialità” frapposto dall’uomo alla natura.
(…)

 

Presentazione di Mario Manieri Elia, personale di Bruno Caraceni alla galleria Numero, Roma, 13 aprile 1961.
(…) E mentre col affiorare, in ogni campo, dei vecchi concetti, si viene diffondendo un ennesimo è più assurdo formalismo, di tipo non formale, pare davvero che l’impegno assiduo e solitario, con cui Caraceni insegue le leggi dei suoi tracciati, emerga e si affermi come una ricerca valida. Dai segni continui e nervosi dei suoi primi grafici, che successivamente si spezzano e si confondono, e poi diventano filamenti semi sommersi dalle pellicole rigonfie del plexiglass bruciacchiato; al filo metallico che traccia, da un chiodo all’altro, strutture sempre lucide e rigogliose, non è difficile individuare le tappe di una ricerca coerente e tenace, condotta aperta (parentesi e chi conosce Bruno, sa quanto scevra da culturalismo) con sicuro intuito metodologico. L’esibizione autobiografica, l’evasione intimista, il “qualunquismo della catastrofe”, sono, per fortuna, ben lontani da lui. E, superata l’avanguardia, e il manierismo di quella, resta l’intelligenza e proficua solerzia del tecnico sperimentatore ed il positivo impegno dell’ideatore, alla verifica dei calcoli strutturali. (…)

 

Filiberto Menna, in “Telesera”, 24 aprile 1961.
Caraceni ci mette sotto gli occhi un’arte rigorosa e il più possibile oggettiva, ossia senza sbavature intimistiche, senza esibizioni e colpi di testa, ma sorretta sempre da una tensione lirica fortissima. Si osservino i ritmi quasi musicali che l’artista riesce ad imprimere ai suoi fili metallici e l’essenzialità delle forme evocate sugli ampi spazi delle superfici e ci renderà conto di come, nell’opera di Caraceni, le ragioni oggettive della struttura non neghino le ragioni soggettive ma, ineliminabili, del sentimento.

 

Alberto Boatto, in “Leggere. Mensile bibliografico e di Cultura”, Roma, maggio 1961.
(…) I fili che l’artista sospende con geometrica ossessione sul piano sabbioso della tela, sono tesi per contrastare con una tessitura ordinata ed esatta la presenza inquietante del nulla. La trama, l’intreccio, la matematica costellazione zodiacale gli si riferiscono costantemente. Che cos’è che rappresenta l’ordine opposto all’assenza del vuoto, opposto al disordine, a quell’altra faccia del nulla? La tecnica, è la risposta del nostro tempo.
Caraceni, appassionato d’ordine e di esattezza, ha eletto appunto la tecnica a guida del suo lavoro. Se è il caso che fa da fondamento al disordine, è la tecnica a garantire una precisione di metodo che trasforma il caso in una occasione, in una opportunità di ordine, di regolarità, di chiarezza. I fili, i chiodi, la sabbia sono per il giovane artista dei dati inerti, delle occasioni, simili ai materiali che un laboratorio scientifico offre a qualche moderno “apprendista stregone”, sui quali viene ad esercitarsi una esperienza rigorosa ma intuitiva ancora, la quale formula delle ipotesi, identifica delle proposte di ordine, il quale ancora una volta è equilibrio, concordanza di parti. (…)

 

Bruno Munari, Caraceni, personale alla Galleria Numero, Milano, 1961.
(…) Non c’è infatti nessuno differenza tra una composizione di bottiglie e una di forme astratte abitualmente adagiate su di un fondo: mele, triangoli, macchie, bottiglie, nuvole e forme irregolari, hanno lo stesso valore compositivo sia in un quadro verista dipinto ad olio, sia in un quadro fatto con stracci o lamiere. Lo stesso valore pittorico. Lo stesso valore compositivo.
Caraceni si è accorto di questo ed ha cominciato a staccare il disegno dalla superficie del quadro.
Il disegno è entrato in un altro mondo: non più il mondo illusorio della vecchia pittura ma il mondo reale delle cose concrete. Nella sua mostra si possono notare tutti i passaggi che ha fatto per uscire dai mezzi tradizionali. In altre opere c’è ancora un fondale pittorico, un colore allusivo, ancora un’apparenza di quadro. In altre il segno esce decisamente dalla superficie e addirittura, nelle ultime opere giura anche dall’altra parte.
Ora le immagini vivono realmente fuori dal quadro.
Anche il colore assume un nuovo interesse, dapprima allusivo, raffigurativo, tonale, lentamente si trasforma in timbrico per divenire, nelle ultime opere esclusivamente linguaggio diretto a confondersi con le immagini concrete.
Caraceni lascia infatti che in certi casi i suoi fili abbiano il colore naturale della loro materia e il piano sul quale si organizzano faccia da sostegno come un pezzo di superficie illimitata. In altri casi l’opera viene esposta di taglio per rendere visibile il tracciato dei fili sulle due superfici. Lo spettatore muovendosi attorno all’opera può ricevere molte immagini dalla combinazione ottica dei tracciati. (…)

 

Maurizio Fagiolo, Bruno Caraceni ovvero, la tela di Penelope, in “Documenti di Numero n.1”, agosto – settembre – ottobre 1965.
(…) E’ poi c’è l’aspetto fantastico di questa operazione. Caraceni sa che uno soltanto è il compito dello sperimentatore: arricchire il mondo di immagini. Del resto, è molto facile trovare per l’artista che sa qualche quel che cerca. L’immagine esplode in queste opere che non sono “puriste” (come vuole Venturoli) e neanche prive di significato (come sembra credere Munari). Ognuna è un racconto di fantascienza, è una favola ovvero un’avventura, e come in tutte le avventure c’è il pizzico di crudeltà, e come in tutte le favole c’è un lieto fine.
Parlare di Caraceni ha il sapore fresco dell’inedito. Tanto lavoro accumulato, spesso in anticipo sugli altri sempre all’ora giusta con sé stesso. Sei o sette periodi si possono distinguere nella sua opera, e c’è sempre qualcosa che prelude al momento dopo e qualcosa mutato dal momento prima: un prezioso registro di dare e avere. Proveremo a distinguere quattro momenti (la formazione, le plastiche, i fili, le mappe) nell’iter di Caraceni, anche se le proposte sono molte di più. Lungi dall’essere “purista”, cioè sempre uguale a se’ stessa, questa opera è un lungo romanzo a puntate punto e non riusciamo ancora a intravedere la conclusione.
(…)
Ci chiediamo: Caraceni sarà il pittore degli spazi percorsi da scansioni fulminee, al mondo cubista? O sarà il pittore (un Klee maturato in provincia) che sa costruire un personaggio con un segno continuo? O sarà il pittore Dada del gioco di sagome ritagliate? O sarà il pittore delle macchie, primo accenno informale, o il pittore che alterna materia e segno? (…)

 

M. Naccari, Presentazione della personale di grafica di Bruno Caraceni al circolo culturale C. Goldoni – Artistico 22, Chioggia, 19-20 ottobre 1965
(…) Lo ricordiamo quando, ancora studente dell’Accademia ritrasse efficacemente e con umana commozione l’effigie di Ballarin, il calciatore chioggiotto della nazionale italiana, tragicamente scomparso nella sciagura di Superga, su di una medaglia, lo rivediamo nel 1952 al ” Granaio”, quando espose i suoi magici ghirigori, poi alla Biennale di Venezia nel del ‘56 con le sue “Zone” di luci ed ombre e in quella successiva nel ‘58 in cui appaiono le sue prime esperienze in plexiglass. Poi ancora al “Cavallino” di Venezia nel 1960 in cui riappaiono le vaste tessiture spaziali di fili che già si erano affacciate con successo alla Quadriennale di Roma dello stesso anno. Molta la strada dal 1950 ad oggi e molte le ricerche e le scoperte di questo pittore nostro la cui opera grafica quest’anno abbiamo notato la Biennale Internazionale di Grafica di Lubiana. Da oggi, Caraceni espone per noi, per la sua gente, le sue ultime incisioni: percorsi, mappe, planimetrie di ponti e di città, battaglie antiche? Che cosa? “Motivi a fuoco e sfocati, come una terra vista dall’astronave. (…)

 

L.P. Finizio, In “il pensiero Nazionale”, numeri 23 – 24, Roma, 31 dicembre 1965.
“In un tempo come il nostro di robot e di navi spaziali che ha bisogno prima di tutto di chiarire il rapporto tra l’uomo e la tecnica anche la lucida, calcolata ossessione alle prese col nulla di Caraceni può rappresentare un richiamo positivo contro la troppo grande certezza della tecnica e l’opposta indifferenza della maggioranza degli uomini”. Così scrisse tempo fa Alberto Boatto parlando dell’opera di Bruno Caraceni, di cui si è inaugurata di recente una personale alla nuova Galleria di piazza Poli. Ed è un’osservazione quanto mai attuale tenendo proprio conto delle ultime realizzazioni dell’artista chioggiotto. Dagli ormai noti lavori a filo in cui appunto materialmente sostituiva il segno e non per ritornare poi ad essere ancora segno in un tracciato discorsivo, bensì con l’intento di dare al filo la possibilità di una sua connaturale e precipua virtualità di significato, Caraceni infatti è passato nuovamente al segno non più con valore significativo ma decisamente asemantico. (…)

 

Maurizio Calvesi, Caraceni o il labirinto, in “Osservato da dentro”, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano, 1968.
Nelle opere di Caraceni, accanto ad un aspetto formale, ce n’è uno psicologico-mentale. Oggi che l’arte sembra avviata, come reazione alle formalizzazioni della Pop, ad un nuovo momento in-formale inteso non come negazione della forma, ma come superamento dell’ambito espressivo della forma e dell’immagine, questo aspetto psicologico-mentale ha un particolare interesse.
Gli ultimi sviluppi delle “strutture primarie” in America, sembrano, assumendo letteralmente il termine di “struttura”, proporre questa come sistema di relazioni implicito nell’oggetto ma indipendente dalla sua fisicità, dunque come sistema mentale. Caraceni intitola “Struttura-Labirinto” certe sue recenti opere, ma le chiama anche “Antistrutture”.
Mi sembra molto preciso. Il labirinto è infatti, più che una struttura, il suo contrario. La struttura torna in sé stessa, si definisce nella circolarità del rapporto; invece il labirinto è una serie di connessioni soltanto simulate, in realtà non crea ma distrugge il rapporto.
L’operazione mentale che si può avviare sul tema del labirinto è destinata ad esaurirsi, ad estenuarsi in sottigliezze sempre più estreme ed assurde; sfocia così in un motivo psicologico, si trasforma in qualcosa che impegna capillarmente l’intero sistema psicofisico al limite della nevrosi. (…)

 

Marcello Venturoli, in Osservato da dentro, Palazzo Reale, sala delle cariatidi, Milano, 1968.
Bruno Caraceni è stato ed è tutt’ora uno dei rappresentanti, anche nelle annate oscure, del genere astratto a Roma, ma non di un astratto che riposa su soluzioni di maniera, e gli dà piuttosto la misura della capacità e di un fuoco perpetuo nella scoperta di tecniche nuove e di nuovi mezzi di espressione con delle “macchine” stilistiche che sono state in seguito accettate e sviluppate da altri.

 

Marisa Vescovo, il “segno” contraddetto. Colore – segno – spazio come ipotesi “altra” di “ambiente”, in “Iterarte 9”, Bologna, novembre 1976.

Bruno Caraceni, traduce sulla tela degli “eccentrici” 75/76 la spazialità scenica e senza frontiere degli “angolari”. Sulla superficie del quadro appaiono ora le nostre scenografie mentali, da leggere come area in cui si attuano e prendono corpo le nostre immagini prime, mentre le pulsioni e le espansioni della concentrazione cromatica indirizzano le tensioni verso l’esterno. Questo per leggere e riscoprire mentalmente uno spazio che sia costruito e formalizzato.
Da questa carrellata di mappe, non esaustiva, di nomi e indicazioni di lavoro, ci sembra prendere corpo, un “oggetto attivante”, che sta tra il momento dell’ipotesi virtuale è quello dell’ipotesi verificabile. Il progetto o la processualità spaziale, costituiscono un “continuum” di problemi che mettono in moto rapporti, anche dialettici, influenti sul sistema di comportamento di chi guarda, che non è più obbligato a percorrere “lo” spazio, ma è semplicemente invitato a ricostruire sulla parete l’ambiguità percettiva dei “segni” e dei “chroma “, che si muovono all’interno di quelli che Guarnirei definirebbe: “quadri a lento consumo”.

 

Sandra Orienti, la scomparsa di Bruno Caraceni. Un isolato alla ricerca dell’arte, in “il Popolo”, 12 novembre 1986.
È sempre doloroso dar notizia della scomparsa di un amico, ma lo è ancor di più, ed è più difficile, quando questi sia anche un artista: e se si pensa allora oltre che alla sospensione repentina dell’esistenza, alla interruzione di un’operatività che è stata il cardine della vita. Così, infatti, per Bruno Caraceni. Tanti dei suoi lavori sono ancora sconosciuti, di contro ad altre opere che anche appena nella stagione passata sono state riviste con stupore e attenzione, pure in rapporto alle date che recavano e che documentavano una presa di linguaggio anticipatore, forte e sottile nello stesso tempo.
Tutto l’arco della sua vicenda breve ed intensa (Caraceni era nato nel 27, nella sua Chioggia, dove ieri è mancato) era stato investito dalla vocazione all’arte, da intendere in una accezione complessiva dove si riversava la passione della pittura, la scavata considerazione della materia condotta al crepitio delle combustioni, il rigore della costruzione tridimensionale, l’attenzione ai valori dello spazio nelle relazioni ambientali accentuatamente plastiche, la finitezza inventiva delle combinazioni più ardite e la sottigliezza di un’esperienza grafica impareggiabile.
Non era possibile, in Caraceni, verificare una pacifica consonanza con i tempi, ma invece uno scarto in avanti, esplorazioni laterali e trasgressive che spesso non sono state pienamente intese, al momento, forse perché troppo avventanti e desuete rispetto a certa prevedibilità del procedere dell’arte. Né, d’altro canto, Caraceni è stato un’artista attento ai venti della critica e del mercato, ai rituali delle cerchie alle strategie di gruppi, ma – isolato e non solitario- ha continuato a lavorare sul filo lucente di una lama inventiva e di una sperimentazione ostinata quanto la ricerca: che sono state, infatti, le vettrici di tutto il suo percorso artistico: quasi avesse sempre sotto gli occhi per essere certo di navigare nella “suo” giusto, in mezzo alle tempeste del presente costume artistico, quelle sue famose “mappe” disegni sottili, di fili tracciati, di forme minime appena affioranti che costituiscono uno dei nuclei essenziali e indimenticabili della sua opera. Un’opera, per altro che dovrà essere riconsiderata nella sua complessità e nei suoi sbocchi, nella quantità delle opere disseminate nella casa-studio sempre più incontenibile invasa da un fare ininterrotto, nella qualità degli esempi capitali da rimandare sempre alla sua e alla storia del presente, nella segreta progettualità che ha accompagnato il suo lavoro e che dovrà essere ripercorsa è verificata come documento di basilare interesse: tutta una vicenda umana ed artistica talmente intrecciata che Bruno ha potuto vivere anche perché sostenuto dalla solidarietà, dalla comprensione e dall’affetto di Angela la nostra amica che tanto ha dato di sé a questo giornale.
Ma oltre quel che resta, ed è tanto, dell’opera di Caraceni è che in questo momento balza di nuovo agli occhi della mente in sequenze intense, bisogna rammentare pure una piega a molti segreta: la passione per la macchina fotografica che in tanti anni l’ha portato a collezionare un gran numero di pezzi di vero interesse. E forse, al di là dello stimolo irrinunciabile del collezionismo, c’era in Bruno un’altra suggestione che provocava questo accumulo: l’attenzione alle facoltà dell’occhio e alla possibilità ulteriori ed estreme, arricchite dalle inafferrabili pulsioni dell’intimo: quelle appunto che consentono l’artista il dono raro e inestimabile della seconda vista.

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